Cosio – La sentenza n. 129/2024 della Corte Costituzionale tra sentenze manipolatrici ed interpretazione adeguatrice. 4 dicembre 2024

L’approfondimento si focalizza sull’inquadramento della sentenza n. 129/2024 della

Corte costituzionale nella tipologia delle sentenze emesse dalla Corte costituzionale.

Si discute l’importanza dell’interpretazione adeguatrice utilizzata dalla Corte e si

esaminano gli argomenti a sostegno. Inoltre, vengono individuati gli effetti di tale

sentenza, in particolare il concetto della tesi del “precedente autorevole“. Infine, si

esplora la possibilità di configurare un “vincolo indiretto” per i giudici, specificamente

nel contesto trattato.

*Testo della relazione, con l’aggiunta delle note, tenuta il 24 ottobre 2024 nell’ambito del

Convegno, organizzato dal CSDN di Catania e AGI Sicilia, sul tema “La tormentata

disciplina dei licenziamenti del Jobs Act. I recenti interventi della Corte costituzionale”.

Premessa. Il caso

Il Tribunale di Catania, nell’ordinanza di rimessione, dava atto che, a seguito dell’istruttoria

testimoniale e documentale disposta nel corso del giudizio, era emerso che, dei tre fatti in

contestazione, solo due apparivano assumere carattere disciplinare e che tali addebiti

risultavano punibili, ai sensi del CCNL applicato dalle parti, con sanzioni di tipo

conservativo.

Rilevava, altresì, che era pacifica tra le parti l’applicazione del regime normativo di cui

all’art. 3 d.lgs. n. 23/2015 tenuto conto sia della data di assunzione del dipendente che

del requisito dimensionale dell’azienda.

La fattispecie, quindi, non poteva essere ricondotta all’ambito applicativo del comma 2

dell’art. 3 d.lgs. n. 23/2015 (applicabile “esclusivamente nelle ipotesi di licenziamento

per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa in cui sia direttamente

dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto al

quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”) quanto

piuttosto a quello del comma 1 del medesimo articolo, con conseguente esclusione della

tutela reintegratoria richiesta dalla parte ricorrente (1).

Dovendo fare applicazione del 1 comma dell’art. 3 d.lgs. n. 23/2015, il Tribunale di

Catania dubitava della legittimità costituzionale del comma 2 della stessa disposizione

nella parte in cui, accordando la reintegra nell’unico caso dell’insussistenza del fatto

materiale contestato, non ricomprendeva le ipotesi in cui il fatto, pur disciplinarmente

rilevante, era punibile, in ragione della contrattazione collettiva applicabile, con una

sanzione conservativa, anche di modesta entità, e per le quali, sebbene non risultasse

compromesso il rapporto di fiducia, poteva operare la sola tutela economica con

conseguente estinzione del rapporto di lavoro (2)

Veniva prospettato il contrasto con l’art. 3 della Costituzione (perché la disposizione

censurata tutelerebbe in modo ingiustificatamente differenziato situazioni omogenee), con

gli artt. 2,4,35 e 36 Cost. (perché dalla disposizione censurata deriverebbe una

irragionevole lesione della dignità del lavoratore) e con gli artt. 21,24,39 e 41 della Cost.

(perché dalla disposizione censurata deriverebbe una compressione del pieno e libero

esercizio delle sue prerogative lavorative e sindacali e il superamento del limite posto

all’iniziativa privata che non può svolgersi in modo da compromettere la dignità della

persona).

Con la sentenza del 16 luglio 2024, n. 129 la Corte costituzionale ha ritenuto non

fondata la questione, sollevata in riferimento ad un licenziamento disciplinare basato su

un fatto contestato per il quale la contrattazione collettiva prevedeva una sanzione

conservativa, a condizione che se ne dia un’interpretazione adeguatrice.

La Corte costituzionale ritiene che si debba ammettere la tutela reintegratoria attenuata

nelle particolari ipotesi in cui la regolamentazione pattizia preveda che specifiche

inadempienze del lavoratore, pur disciplinarmente rilevanti, siano passibili solo di

sanzioni conservative.

La sentenza ha un rilevante impatto sistemico sull’ordinamento vigente.

In particolare, nei paragrafi che seguono, verrà esaminato:

a) L’inquadramento della sentenza nella tipologia delle sentenze della Corte costituzionale;

b) L’interpretazione adeguatrice e gli argomenti della Corte;

c) Gli effetti della sentenza.

Esaminiamo, in primo luogo, la tecnica decisoria.

a) L’inquadramento della sentenza nella

tipologia delle sentenze della Corte

costituzionale

La pronuncia in esame è stata definita come interpretativa di rigetto (“in quanto dalla

disposizione impugnata si deduce un’interpretazione normativa diversa da quella desunta

dal giudice a quo”), adeguatrice (perché la Corte ha elaborato direttamente una

interpretazione della norma tale da renderla compatibile con i principi costituzionali) ed

inclusiva (“perché riconduce nell’art. 3, comma 2, anche il riferimento alla contrattazione

collettiva che la norma non prevede in alcun modo”) (3).

La tecnica decisoria della Corte costituzionale si è evoluta nel tempo.

Si è passati dalle tecniche decisorie, per così dire, tradizionali (le pronunce interpretative

e le sentenze monito) alle decisioni manipolative (riduttive, additive, anche di principio,

e sostitutive).

Le stesse sentenze manipolative si sono poi distinte in relazione al fattore tempo

articolandosi: a) per il passato, in sentenze di incostituzionalità differita e

incostituzionalità sopravvenuta; per il futuro in sentenze indirizzo e decisioni di

incostituzionalità accertata ma non dichiarata.

Sono state applicate tecniche diverse (le cosiddette “sentenze miste” e a “dispositivo

multiplo”), utilizzate decisioni pseudo-processuali (ordinanza di rinvio a data fissa) o,

sotto il profilo del merito, sentenze c.d. a “rime obbligate”.

Un’evoluzione straordinaria (4) che, però, non è da tutti condivisa.

Si è parlato di pronunce “normative”(5) o, addirittura, di una Corte costituzionale come

“giudice sovrano” (6).

Resta, comunque, necessario, al di là delle diverse opinioni, inquadrare correttamente la

sentenza in esame.

Che si tratti di una sentenza interpretativa di rigetto è evidente.

La scelta della Corte è, sotto questo profilo, condivisibile.

La Corte, ritenendo possibile un’ interpretazione adeguatrice, non ha condiviso

l’approccio del giudice remittente che, in sostanza, chiedeva una decisione di

accoglimento.

Si tratta, peraltro, di una sentenza manipolativa di tipo additivo di principio (7).

La Corte costituzionale è perfettamente consapevole del fatto che l’eventuale scelta di

una” fra le norme possibili (idonee a sanare il vizio di legittimità) avrebbe potuto

comportare un’invasione del campo creativo del Parlamento (ed, in fondo, della sua

discrezionalità) o il potere ermeneutico dei giudici (che, al di là della posizione del giudice

remittente, potevano essere in grado di colmare in via interpretativa, quando possibile, la

lacuna della disposizione per enucleare, da essa, una interpretazione conforme a

costituzione).

In questa difficile situazione, la Corte ha utilizzato una tecnica raffinata indicando non una

“regola” ma un “principio” in grado di orientare non solo l’attività ermeneutica dei giudici

ma, anche, la futura attività legislativa.

b) L’interpretazione adeguatrice e gli

argomenti della Corte

La Corte ha, poi, utilizzato l’interpretazione adeguatrice (8) che ha una valenza e

portata peculiari rispetto all’ordinaria esegesi del giudice comune (9).

La Corte costituzionale, che non è vincolata a giudicare la disposizione legislativa così come

interpretata dal giudice remittente, ha reinterpretato la disposizione censurata allo scopo di

adeguarne il significato alla ratio constitutionis dalla Corte stessa accertata.

È vero che, nel caso delle sentenze interpretative di rigetto, la realizzazione della reductio

ad legitimitatem è in concreto affidata ai giudici e dipende dalla loro adesione alla

interpretazione adeguatrice indicata dalla Corte (10).

Va però evidenziato, fin d’ora, che tale interpretazione si accompagna ad un più o meno

esplicito accertamento di incostituzionalità dell’interpretazione denunciata.

In sostanza, la sentenza interpretativa di rigetto ha almeno l’effetto di impedire ai giudici

di dichiarare manifestamente infondata la questione relativa alla “norma” ricusata

dalla Corte, ponendoli nell’alternativa di dover sollevare nuovamente tale questione o

aderire all’interpretazione adeguatrice indicata nella sentenza interpretativa di rigetto.

Sempre, naturalmente, che non venga prospettata una “terza” soluzione interpretativa

esente da dubbi di incostituzionalità.

In questo contesto, il punto di partenza nel ragionamento della Corte Costituzionale è

stato, ovviamente, il dato letterale della disposizione impugnata.

Declinato in negativo.

Il comma 2, dell’art. 3 d.lgs. n. 23/2015 non prevede “un’esclusione espressa” della

rilevanza della valutazione convenzionale.

L’argomento esegetico non è, di per sé, risolutivo perché il confronto della disposizione

dello Jobs act (art. 3, comma 2) con quella dell’art. 1, comma 42, lett. b), legge n.

92/2012 induce a ritenere che la tutela reintegratoria, per quanto riguarda i

licenziamenti disciplinari, è ammessa, al di là di quelli nulli o discriminatori, solo in caso

di insussistenza del fatto.

Ed in questo senso milita l’intenzione del Legislatore dell’epoca che aveva prospettato la

tutela economica come rimedio generale.

Ma l’approccio esegetico era, comunque, indispensabile perché l’interpretazione

adeguatrice ha la possibilità di esplicazione soltanto quando una disposizione abbia

carattere “polisenso” e da essa sia enucleabile una “norma” compatibile con la

Costituzione.

La soluzione ermeneutica «deve pur reggere alla prova della lettera, alla quale si deve

tornare per verificare che l’allontanamento dalla stessa (dal significato iniziale) non si sia

tradotto in un suo travalicamento (come accadrebbe ove il nuovo significato non trovi

fondamento alcuno nell’enunciato oggetto di interpretazione)» (11).

Accertato il carattere polisenso della disposizione impugnata, la Corte costituzionale ha

valorizzato, nel contesto in esame, la rilevanza della contrattazione collettiva.

«La mancata previsione della reintegra nelle ipotesi in cui il fatto contestato sia punito

con una sanzione conservativa dalle previsioni della contrattazione collettiva andrebbe ad

incrinare il tradizione ruolo delle parti sociali nella disciplina del rapporto e segnatamente

nella predeterminazione dei canoni di gravità di specifiche condotte disciplinarmente

rilevanti».

Affermazione supportata da due elementi.

Il primo luogo perché “la finalità della legge delega” non è quella “di sovrapporre la

legge alla contrattazione collettiva”.

In secondo luogo, perché la generale previsione dell’art. 30, comma 3, legge n. 183/2010

impone al giudice di valutare le tipizzazioni di giusta causa e di giustificato motivo

presenti nei contratti collettivi.

Tipizzazione, precisa la Corte, che «può ricorrere anche al negativo, nel senso che la

contrattazione collettiva può stabilire, con riferimento a specifiche ipotesi, ciò che non può

costituire giusta causa o giustificato motivo di licenziamento».

La Corte costituzionale, in questo contesto, ha utilizzato l’interpretazione conforme a

Costituzione come una forma di applicazione dell’interpretazione sistematica, poiché “la

legislazione ordinaria non fa sistema in sé medesima, bensì con la normativa

costituzionale” (12).

Se «le disposizioni legislative devono essere interpretate, nel loro complesso, e mai

isolatamente, nella loro portata testuale e letterale», se, «tra i vari significati possibili,

l’interprete deve cioè preferire quello che meglio si concili con il sistema, con il contesto

normativo nel quale si inserisce», al fine di rendere concreto l’ordinamento, allora

«l’interpretazione della legge in senso conforme a costituzione (specie ove quest’ultima

abbia i caratteri di rigidità) ha proprio questo obiettivo: assicurare la coerenza

dell’ordinamento, la quale (…) deve essere ormai cercata sul piano costituzionale» (13).

L’utilizzo dell’interpretazione conforme viene contestato da una parte della dottrina.

Parte della dottrina (14), infatti, censura l’interpretazione adottata dalla Corte

costituzionale laddove non si sarebbe tenuto conto della distinzione tra «il profilo

dell’illegittimità dell’atto di licenziamento» (in relazione al quale rimane decisiva la

previsione dell’autonomia collettiva) da quello del regime sanzionatorio (che,

nell’intenzione del Legislatore dell’epoca, doveva essere attratto alla tutela indennitaria).

L’ultimo argomento utilizzato dalla Corte richiama la «simmetria tra licenziamento

disciplinare e licenziamento per ragione di impresa, tracciata dalla Corte nella sentenza

n. 128 del 2024 (15) sulla linea del fatto materiale insussistente».

In sostanza «un fatto assai lieve, tipizzato dalla contrattazione collettiva con previsione

specifica» viene assimilato ad «un fatto materiale insussistente».

Anche questa equiparazione viene contestata da una parte della dottrina (16) perché «la

non veridicità di un fatto (la soppressione del posto) non è paragonabile a un fatto

sussistente e per di più illecito».

Altra dottrina (17), viceversa, sostiene che «la soluzione interpretativa accolta dalla Corte

costituzionale si ricollega in maniera piuttosto evidente ai correttivi che erano già stati

apportati alla categorica formula normativa dell’art. 3, comma 2, sul licenziamento

disciplinare da parte della giurisprudenza di legittimità; la quale, nonostante l’intenzione

del legislatore di limitare la previsione di reintegra alla sola mancanza degli elementi del

̔fatto materiale contestato̕, aveva subito affermato il contrario, adottando sostanzialmente

una interpretazione abrogatrice del nuovo disposto normativo».

La Suprema Corte, in particolare, ha ritenuto che, pur nel mutato contesto normativo

qualificato dall’espressa menzione della materialità del fatto, il perdurante riferimento alla

contestazione” e l’argomento logico razionale della assoluta sovrapponibilità della

condotta materialmente esistente a quella disciplinarmente irrilevante o non imputabile

inducono ad adottare la medesima interpretazione già elaborata dalla giurisprudenza di

legittimità, quale diritto vivente, in modo da ricomprendere nell’insussistenza del fatto

contestato «non soltanto i casi in cui il fatto non si sia verificato nella sua materialità, ma

anche tutte le ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, non abbia rilievo disciplinare o

quanto al profilo oggettivo ovvero quanto al profilo soggettivo della imputabilità della

condotta al dipendente» (18).

Resta il fatto che, al di là delle critiche rivolte alla sentenza della Corte costituzionale, la

sentenza n. 129/2024 (19) costituisce un “precedente” di assoluto rilievo per i giudici che

dovranno esaminare casi simili (o identici).

Nei limiti e con i distinguo che occorre approfondire.

c) Gli effetti della sentenza. La tesi del

precedente autorevole” come regola

È affermazione costante nella giurisprudenza di legittimità (degli ultimi venti anni) quella

che nessun vincolo giuridico si riconosce all’interpretazione imposta o suggerita dalla

Corte costituzionale.

Tutt’al più in qualche occasione meno recente la Cassazione ha ravvisato la sussistenza di

un vincolo indiretto o alternativo consistente nell’adeguamento o nella riproposizione

della questione sulla scorta della tesi, un tempo dominante, enunciata in dottrina da

Crisafulli, Elia e Zagrebelsky (20).

A partire dal 2004 anche l’idea di un vincolo indiretto o alternativo è esplicitamente

rifiutata sia dalle sezioni Unite civili (21) che dalle sezioni unite penali.

In questo contesto, la sentenza Pezzella delle sezioni unite penali del 17 maggio 2004, n.

23016 costituisce una bussola per orientarsi nella materia.

Le sezioni unite, in primo luogo, ricordano come la Corte costituzionale abbia

«propugnato da sempre la teoria della interpretazioneadeguatrice“, sollecitando

costantemente i giudici ad esercitare il potere-dovere di ricostruire il contenuto e la portata

delle disposizioni di legge ordinaria alla stregua dei principi della Costituzione, in modo da

attribuire alle disposizioni, tra i plurimi significati astrattamente possibili, quello che non sia

in contrasto con i valori costituzionali».

L’interpretazione adeguatrice corrisponde ad un preciso ed ineludibile dovere del giudice,

il quale è tenuto a ricavare dalle disposizioni interpretate, tutte le volte che ciò sia

possibile, norme compatibili con la Costituzione.

Invero, il Giudice delle leggi ha precisato, a più riprese, che «in linea di principio, le leggi

non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni

incostituzionali (e qualche giudice ritenga di darne), ma perché è impossibile darne

interpretazioni costituzionali» (sentenza n. 356/1966), specificando che i giudici non

possono abdicare all’interpretazione adeguatrice (ordinanza 451/1994) e che,

nell’adempimento del compito di interpretare le norme di cui devono fare applicazione, «di

fronte a più possibili interpretazioni di un sistema normativo, essi sono tenuti a scegliere

quella che risulti conforme a Costituzione» (ordinanza 121/94).

In particolare, con riferimento alle sentenzeinterpretative” della Corte costituzionale,

le sezioni unite precisano che le stesse «rappresentano normalmente una forma di attività

della Corte qualificabile come “maieutica”, per la ragione che tendono ad enucleare principi

e regole che l’ordinamento già contiene e non ad introdurvene di nuovi». Esse sono state

considerate «espressione del principio di unità sistematica dell’ordinamento, che richiede

che alle leggi sia attribuito il significato che ne consenta l’armonica integrazione con i

contenuti costituzionali, in funzione adeguatrice delle prime ai secondi»: con la

conseguenza che soltanto l’impossibilità di operare un tale adeguamento rende inevitabile

la dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma impugnata».

È unanime in dottrina, ricordano le sezioni unite, l’opinione che «esclude il valore

vincolante delle decisioni interpretative di rigetto, in quanto sprovviste dell’efficacia erga

omnes attribuita dall’art. 136, comma 1, della Costituzione alle sentenze che dichiarano

l’illegittimità costituzionale di una norma di legge. Per rendersi conto dell’incontrovertibilità

dell’affermazione basta osservare che se a dette decisioni dovessero riconoscersi effetti

vincolanti per i giudici, la Corte costituzionale sarebbe investita di un potere di

interpretazione autentica che, nel sistema vigente, è riservato in via esclusiva al

legislatore».

Un primo intervento è segnato dalla sentenza n. 22/1995, ric. Clarke, con la quale, sulla

scia del concorde orientamento della dottrina e della giurisprudenza penale e civile, è stato

ritenuto che quelle decisioni sono prive dell’efficacia, erga omnes propria delle sentenze

con le quali viene dichiarata l’incostituzionalità di una disposizione di legge, ai sensi degli

artt. 136 Costituzione e 30 legge n. 87/1953, di talché è innegabile che le predette

pronunce hanno valore di mero precedente (22) e non vincolano il giudice, al quale è

consentito discostarsi dall’interpretazione proposta dalla Corte costituzionale e sollevare

nuovamente la questione di legittimità costituzionale della identica disposizione di legge.

Nella sentenza Clarke è stato precisato, altresì, che soltanto nel giudizio a quo la sentenza

interpretativa produce una preclusione endoprocessuale derivante «dal carattere

incidentale del giudizio di legittimità costituzionale e dall’imprescindibile nesso di

necessaria pregiudizialità che lo lega al processo principale»: con la conseguenza che la

medesima questione non può essere riproposta nello stesso giudizio e che al giudice a quo

è definitivamente inibita l’applicazione della norma nell’interpretazione ritenuta

incostituzionale (Corte costituzionale, ordinanza n. 268/1990).

Per una precisa esigenza di coerenza interna del sistema, dalla pronuncia interpretativa

scaturisce un “vincolo negativo” ai poteri interpretativi del giudice che ha sollevato la

questione giudicata non fondata, «nel senso che quest’ultimo non può attribuire alla

disposizione di legge la portata esegetica ritenuta incostituzionale dalla Consulta, pur

essendogli consentito di scegliere differenti soluzioni ermeneutiche, che, ancorché non

coincidenti con quelle della sentenza interpretativa di rigetto, non collidano con norme e

principi costituzionali».

Tali notazioni, si legge nella sentenza Pezzella, «valgono a porre in luce un profilo di

essenziale importanza: quello per cui, persino per il giudice a quo, le decisioni

interpretative non producono vincoli, se non quello di carattere negativo che impedisce di

applicare la norma nel significato giudicato incostituzionale.

Ne segue che l’allineamento alla soluzione accolta in tali decisioni postula da parte del

giudice un’autonoma adesione, sì da giustificare l’applicazione della norma nella portata da

essa assunta a seguito dell’intervento correttivo operato dalla Corte costituzionale».

L’ordinamento vigente non permette, in definitiva, di configurare un limite più rigido di

quello negativo o indiretto testé delineato, tanto più che sarebbe veramente incoerente

ipotizzare nei confronti degli altri giudici condizionamenti più incisivi di quelli che sorgono a

carico del giudice che ha sollevato l’incidente di costituzionalità.

Le sezioni unite hanno, infine, cura di indicare un mezzo per la prevenzione di conflitti

derivanti dalle decisioni interpretative di rigetto.

I giudici, pur non essendo vincolati da decisioni di questo tipo, non possono, però,

applicare la norma nel significato ritenuto contrario alla Costituzione, sicché, in caso di

dissenso, sono tenuti a ricercare una diversa soluzione ermeneutica o, se ciò sia

impossibile, a sollevare incidente di costituzionalità, rimettendo nuovamente la

questione alla Corte.

Quest’ultima, poi, dovrà autonomamente scegliere se ribadire la precedente

interpretazione o, re melius perpensa, modificarne la portata, ovvero dichiarare

l’incostituzionalità della norma.

Un vero e proprio vademecum per orientarsi in una materia così complessa.

Resta un ultimo problema da risolvere.

La sentenza n. 129/2024 rileva come “precedente autorevole” per i giudici comuni o

possiede un grado di vincolatività superiore in virtù della simmetria, evocata nella stessa

sentenza, con la coeva pronuncia n. 128?

La possibilità di configurare, nel

particolare contesto in esame, un “vincolo

indiretto” per i giudici

L’ultimo argomento utilizzato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 129/2024, come

già riferito, richiama la «simmetria tra licenziamento disciplinare e licenziamento per

ragione di impresa, tracciata dalla Corte nella sentenza n. 128/2024 sulla linea del fatto

materiale insussistente».

La Corte, nella sentenza n. 128/2024, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3,

comma 2, d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23, nella parte in cui non prevede che la tutela

reintegratoria attenuata si applichi anche nelle ipotesi di licenziamento per

giustificato motivo oggettivo in cui sia direttamente dimostrata in giudizio

l’insussistenza del fatto materiale allegato dal datore di lavoro, rispetto alla quale resta

estranea ogni valutazione circa il ricollocamento del lavoratore (c.d. repêchage).

In sostanza “un fatto assai lieve”, tipizzato dalla contrattazione collettiva con previsione

specifica, viene assimilato ad “un fatto materiale insussistente

.

In questo contesto, in virtù di quella “simmetria” evocata dalla sentenza n. 129/2024 (tra

sentenze di diversa natura ; di accoglimento la n. 128, di rigetto interpretativa la n. 129)

sorge il dubbio se il vincolo per il giudice comune sia solo “relativo” (quale precedente

“autorevole”) o, viceversa, abbia una consistenza più accentuata (di vincolo indiretto).

La tesi del “vincolo indiretto” è stata enunciata in dottrina, come già riferito, da Crisafulli,

Elia e Zagrebelsky (23).

In particolare, Elia (24) riteneva «eccessivamente restrittiva l’opinione dominate che

esclude ogni efficacia erga omnes delle sentenze interpretative di rigetto» ravvisando, al di

là del vincolo per il giudice a quo, un obbligo, per qualsiasi giudice, «di non ritenere

manifestamente infondata la quaestio legitimitatis risolta in negativo dalla Corte

costituzionale soltanto in base ad una determinata interpretazione della norma-parametro

o, più frequentemente della norma di legge ordinaria sottoposta al controllo di

costituzionalità».

In questi casi, prosegue l’illustre studioso, «ogni giudice sarebbe vincolato o ad

ottemperare alla interpretazione della Corte o a rinviare, anche d’ufficio, la quaestio

legitimitatis; resterebbe invece inibita sia la reiezione per manifesta infondatezza della

questione sollevata dalle parti o dal Pubblico ministero, sia, in ogni caso, il ricorso ad una

interpretazione diversa da quella individuata dalla Corte costituzionale».

Nel contesto in esame (che si pone come eccezione alla regola del “precedente

autorevole”), si possono (forse) valorizzare alcune parti di questa teoria.

In primo luogo, il vincolo “negativo” che dalla sentenza interpretativa di rigetto deriva sui

poteri interpretativi del giudice che ha sollevato la questione giudicata non fondata.

Credo si possa sostenere che in casi identici a quelli esaminati dalla Corte

costituzionale derivi un obbligo per ogni giudice di non discostarsi dall’interpretazione

adeguatrice formulata dal Giudice delle leggi.

Al di là di casi identici, il problema dell’esistenza di un vincolo appare complesso.

Non credo, in primo luogo, che possa ravvisarsi alcun vincolo per quanto riguarda le ipotesi

“tipizzate” dalla contrattazione collettiva con sanzione conservativa.

Il vincolo, semmai, potrebbe riguardare le sole ipotesi in cui venga accertato in giudizio

un “fatto assai lieve” (come si legge nella motivazione della sentenza n. 129/24), specie

se tale interpretazione si ponga in linea con una giurisprudenza consolidata della

Suprema Corte.

Si pone, poi, il problema delle clausoleelastiche” contenute nella contrattazione

collettiva.

Parte della dottrina ritiene possibile «una volta introdotta la reintegra per la fattispecie

disciplinare tipica prevista con sanzione conservativa dalla contrattazione collettiva (…)

riconoscere l’applicazione della medesima tutela reintegratoria anche per la fattispecie

disciplinare lieve, ma prevista dalla contrattazione collettiva con formula elastica»

(25).

La tesi appare corretta anche per non creare contrasti con il c.d. “diritto vivente” (26).

Ma il tema richiede un approfondimento in ordine all’accertamento del “fatto assai lieve”,

in presenza di clausole elastiche.

In questo caso entrano in gioco gli standard valutativi “socialmente accettati” (27).

Si tratta di “punti di vista, criteri direttivi per la ricerca di valori che il giudice deve poi,

tradurre, con un proprio giudizio valutativo, in una norma di decisione” (28).

In conclusione, il vero problema che gli operatori del diritto dovranno affrontare è quello

della identificazione del “fatto assai lieve” per dare corretta applicazione alla sentenza

della Corte costituzionale.

Valutazione che, com’è ampiamente prevedibile, può variare da giudice a giudice.

Resta, quindi, ineludibile, per una corretta applicazione della sentenza n. 129/2024,

l’intervento ermeneutico della Suprema Corte di cassazione.

Note

(1) Sulla ricostruzione dell’evoluzione della fattispecie del licenziamento disciplinare si veda

G. AMOROSO, Articolo 18 statuto dei lavoratori, una storia lunga cinquant’anni, Bari, 2022,

161 ss. Sulla ricostruzione delle dieci sentenze della Corte costituzionale in tema di

licenziamento (cfr. Corte cost., nn. 194/2018, 150/2020, 59/2021, 125/2022, 183/2022,

7/2024, 22/2024, 44/2024, 128/2024 e 129/2024). Si veda, tra gli altri, C. PISANI, La

controriforma della Corte costituzionale della disciplina rimediale per il licenziamento

ingiustificato: tra sconfinamenti e nuove disarmonie, Dir. merc. lav., n. 2/2023, 255 ss.;

dello stesso autore v. anche Le sentenze gemelle della consulta 2024 ampliative della

reintegrazione: contenuti e criticità, Il lav. nella giur., 8-9/2024, 761 ss.; R. RIVERSO,

Note di mezza estate sul Jobs act annegato in un mare di incostituzionalità: il caso del

licenziamento disciplinare, in Quest. giust., 2024; V. FERRANTE, Riflessioni a margine di

una sentenza di legittimità costituzionale, sulla reintegra nel licenziamento collettivo ed

individuale, in Dir. rel. ind., 2024, 194 ss.; R. SANTUCCI, Tutela indennitaria del Jobs act

per violazione dei criteri di scelta dei lavoratori nel licenziamento collettivo e sostegno della

Corte costituzionale (n. 7/2024), in Dir. mercato lav., 2024, 1, 285 ss.; v. anche gli

interventi di M.V. BALLESTRERO, A. MARESCA, R. ROMEI e V. SPEZIALE in RIDL, 2024, I, 3

ss. e R. COSIO Licenziamento disciplinare: la recente sentenza n. 129/2024 della Corte

costituzionale. Tra sentenze manipolatrici e interpretazione adeguatrice, in IUS LavoroIl

Giuslavorista (ius.giuffrefl.it), 8 ottobre 2024. Da ultimo si veda R. DIAMANTI, I criteri

applicativi e interpretativi utilizzati dalla Corte costituzionale in materia di licenziamenti e le

possibili interferenze con il potere legislativo, in Lav. Dir. Europa, 2024, n. 4. E. BALLETTI,

Natura e limiti dell’intervento della Corte costituzionale in relazione al sistema rimediale dei

licenziamenti illegittimi, in Lav. Dir. Europa, 2024, n. 4 e C. PISANI, L’inedito ruolo della

consulta nella disciplina del sistema rimediale dei licenziamenti illegittimi, in Lav. Dir.

Europa, 2024, n. 4.

(2) Sul tema si veda I. FEDELE, Il licenziamento disciplinare, in Il licenziamento (a cura di

DI PAOLA), Milano, Giuffrè Francis Lefebvre, 2024, 266 ss.

(3) Cfr. R. RIVERSO, Note di mezza estate sul jobs act in un mare di incostituzionalità, cit.

(4) Sul tema si veda A SPADARO, Involuzione o evoluzione ? del rapporto fra Corte

costituzionale e legislatore (notazioni ricostruttive), in Rivista AIC, 2023, n. 2.

(5) Cfr. A. RUGGERI, Verso una giustizia costituzionale di “equità”: quali i riflessi di ordine

istituzionale?, in consultaonline, 17 settembre 2024.

(6) Cfr. G. VIDIRI, IL nuovo diritto del lavoro durante e dopo il Covid-19 tra “ideologie” e

giudici sovrani”, Torino, 2023, 29 ss., Per una diversa valutazione, sotto il profilo

costituzionale, delle sentenze n. 128 e n. 129 del 2024 si veda C. BUZZACCHI, La

discrezionalità del legislatore e quella del giudice del lavoro nella giurisprudenza

costituzionale sul licenziamento, in Lav. Dir. Europa, 2024, n. 4; A. MORRONE, Sui

licenziamenti illegittimi. Co-legislazione giurisprudenziale e tutela effimera del diritto al

lavoro, in Lav. Dir. Europa, 2024, n. 4 e C. PINELLI, Politica e giurisdizione costituzionale

nella tutela contro i licenziamenti illegittimi (2018-2024), in Lav. Dir. Europa, 2024, n. 4.

In particolare nel contributo di E. BALBONI, Il tema, permanente e ineludibile, dei poteri e

dei limiti della Corte costituzionale, in Lav. Dir. Europa, 2024, n. 4, viene richiamato il

pensiero di G. SILVESTRI, che in un recente contributo sulla Rivista dell’Associazione

Italiana dei Costituzionalisti (Lettera n. 8/2024) ha espresso quale sia la posizione della

Corte costituzionale nel sistema istituzionale precisando che «La recente giurisprudenza

della Corte costituzionale italiana conferma e sviluppa una linea di intervento istituzionale

ispirata alla finalità di mantenere vivo un processo di integrazione unitaria dell’ordinamento

giuridico non fine a se stessa, ma teleologicamente orientata a trarre, in ogni parte del

sistema, tutte le possibili conseguenze, logiche e giuridiche, derivanti dai princìpi e diritti

fondamentali tutelati dalla Costituzione. Si può non essere d’accordo su questa o quella

pronuncia, si possono prospettare, nei singoli casi, soluzioni ritenute più adeguate, ma non

si può negare – a mio avviso – che la tendenza sia quella che qui ho brevemente

riassunto».

In particolare, con riferimento alla sentenza n. 128/2024, ha precisato che «[i]l

riferimento alle soluzioni costituzionalmente adeguate, che sopperiscono all’assenza delle

ormai risalenti “rime obbligate”, è ribadito in un’altra pronuncia della Corte, riguardante il

c.d. Jobs Act del 2014, dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non

prevedeva il reintegro del lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettiva, anche

quando fosse dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto addotto dal datore di lavoro

come causa legittima dell’interruzione del rapporto. La Corte si muove nella logica

dell’integrazione finalistica anche nella utilizzazione dei parametri costituzionali invocati a

sostegno della propria decisione di accoglimento. Difatti la fondatezza della questione è

dichiarata in relazione agli artt. 3,4 e 35 Cost. «valutati complessivamente» (punto 7 del

Considerato in diritto). Mi sembra interessante notare che la Corte mette in rilievo, in

questa sentenza, di aver riscontrato, nella norma oggetto della questione, «un difetto di

sistematicità che ridonda in una irragionevolezza della differenziazione rispetto alla

parallela ipotesi del licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo soggettivo»

(punto 13 del Considerato in diritto). Traspare una visione olistica sia dei principi

costituzionali che delle norme di legge ordinaria. I primi e le seconde si integrano e si

bilanciano a vicenda ai vari livelli, piaccia o non piaccia ai cultori dell’esegesi di disposizioni

isolate».

(7) Sul tema si veda A. SPADARO, Involuzione o evoluzione?, cit. 118-119. La tecnica delle

sentenze c.d. “additive di principio” (che ha sollevato perplessità in dottrina, si veda, per

tutti, C. SALAZAR, Dal riconoscimento alla garanzia dei diritti sociali. Orientamenti e

tecniche decisorie della Corte costituzionale a confronto, Torino, 2000, 137 ss.) costituisce

una tecnica che ripropone la nota distinzione tra regole e principi. La Corte, invece di

dettare una “regola” pone un “principio” che guida i giudici per individuare, per via

ermeneutica, la soluzione al caso concreto con effetti solo inter partes. Nel contempo,

pone una sorta di linea guida per il Legislatore per la futura produzione legislativa.

(8) Cfr. L. IANNUCILLI, L’interpretazione secundum constitutionem tra Corte Costituzionale

e giudici comuni brevi note sul tema, seminario del 6 novembre 2009 “, in Lav. Dir.

Europa, 2024, n. 4.

(9) Come ricorda la sentenza n. 95/2024 della Corte costituzionale.

(10) Come meglio si dirà nei paragrafi che seguono.

(11) Cfr. M. RUOTOLO, Quando il giudice deve fare da sé, in Quest. giust., 22 ottobre 2018,

3 ss.

(12) F. MODUGNO, Metodi ermeneutici e diritto costituzionale, in Scritti sull’interpretazione

costituzionale, Napoli, 2008, 68 e 79.

(13) M. RUOTOLO, Interpretare. Nel segno della Costituzione, Napoli, 2014, 121 ss.

(14) C. PISANI, Le sentenze gemelle della Consulta 2024 ampliative della reintegrazione:

contenuti e criticità, cit. 773. Sul tema si vedano le osservazioni di R. DE LUCA TAMAJO, Le

tecniche interpretative nel diritto del lavoro tra cognitivismo e bilanciamento “creativo”,

Riv. it. dir. lav., 2023, I, 498-500 che richiama le riflessioni di A. MARESCA, Licenziamento

disciplinare e reintegrazione: l’irresistibile attrazione del Giudice per la valutazione della

proporzionalità del licenziamento, in Lav. Dir. Europa, 2023, n. 2, 1 ss. e C. ZOLI, Il

difficile equilibrio tra potere legislativo nella stagione delle riforme, in Lav. Dir. Europa,

2022, n. 3,12 ss.

(15) Il Tribunale di Ravenna, con sentenza del 17 ottobre 2024, ha deciso la causa, oggetto

di rimessione alla Corte costituzionale, con la reintegrazione del ricorrente “accertata

l’insussistenza del fatto”.

(16) C. PISANI, Le sentenze gemelle della Consulta 2024 ampliative della reintegrazione,

cit., 771.

(17) R. RIVERSO, Note di mezza estate sul jobs act in un mare di incostituzionalità, cit.

(18) Cfr. Cass., 8 maggio 2019, n. 12174, in IUS Lavoro – Il Giuslavorista (ius.giuffrefl.it),

29 luglio 2019, con nota di I. FEDELE.

(19) La causa, rimessa alla Corte costituzionale, è stata definita con conciliazione.

(20) F. MODUGNO, La “supplenza” della Corte costituzionale (Relazione 2 presentata al

convegno “Il ruolo del giudice: le magistrature supreme”, tenutosi nei giorni 18 e 19

maggio 2007 all’Università degli Studi Roma Tre, Facoltà di Giurisprudenza), in Scritti

sull’interpretazione costituzionale, Napoli, 2009, 107 ss.

(21) Cass., sez. un., 26 giugno 2023, n. 18235.

(22) Come ricorda L. MENGONI (Ermeneutica e dogmatica giuridica. Saggi, Milano, Giuffrè,

1996, 87) «la decisione è giustificata quando sia traducibile in termini dogmatici che la

rendono comprensibile come deduzione da un concetto o da un principio sistematico,

garantendone la coerenza con la razionalità globale dell’ordinamento e quindi l’idoneità a

stabilizzarsi come modello di decisione di altri casi aventi la medesima struttura tipica».

(23) F. MODUGNO, La “supplenza” della Corte costituzionale, cit.

(24) L. ELIA, Sentenze interpretative di norme costituzionali e vincolo dei giudici, in

cortecosituzionale.it, Le tipologie decisorie della Corte costituzionale attraverso gli scritti

della dottrina, (a cura di D. DIACO), maggio 2016, 173 ss.

(25) R. RIVERSO, Note di mezza estate sul jobs act in un mare di incostituzionalità, cit.

(26) Cfr. R. RIVERSO, Note di mezza estate sul jobs act in un mare di incostituzionalità, cit.

Sul tema, si veda Cass., 22 ottobre 2024, n. 27335.

(27) Per usare le parole di MENGONI, Spunti per una teoria delle clausole generali, in Riv.

crit. dir. priv., 1986, 5 ss.

(28) Il pensiero di MENGONI viene espressamente richiamato (e condiviso) da F. MIANI

CANEVARI, Interpretazioni delle clausole elastiche, in Interpretazione conforme,

bilanciamento dei diritti e clausole generali, a cura di G. BRONZINI e R. COSIO, Milano,

Giuffrè, 2017, 305-332.

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